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d'altri portar pericolo, che la guerra fi trasferisse nel fuo dominio, cominunicati i consigli col Re d'Inghilterra, il quale avendo prima prestato occultamente contra il Re di Francia danari à Celare, depofte poi le dissimulationi difcendeva già apertamente nella causa; mandarono Ambasciatori, à Vinetia à ricercargli che fi confederassero alla diffela d'Italia con Cefare: i quali furono per Cesare Gieronamo Adorno, per lo Re d’Inghilterra Ricciardo Pacceo: dove s aspettavano Ambaseiatori di Ferdinando, fratello di Cesare, Arciduca d'Austria, lo intervento del quale per essere tra i Vini. tiani, e lui molte differenze, era necesario in qualunque' accordo si facesse con loro. Mandò anche il Ré d'Inghilterra un' Araldo à protestare la guerra al Re di Francia in caso non facelle triegua generale per tre anni con Cesare per tutte le parti del mondo, nella quale fussero inclusi la Chiesa, il Duca di Milano e i Fiorentini; lamentandosi ancora che avesse cellato di pagargli i cinquanta mila ducati, i quali era obligato à pagargli ciascuno anno. Negò il Re di volere fare la triegua, ed apertamente rispose non essere conveniente pagare danari a chi aiutava con danari nimici suoi: donde aumentandosi tra loro gli sdegni, fi licentiarono gli Ambasciatori da ciascuno delle parti, Parti questo anno d'Italia Don Giovanni Manuel, stato Oratore Cesareo à Roma con grandisfima autorità: il quale alla partita fecè una cedola di suo mano a' Fiorentini, nella quale cedola narrato, che Cefare per una cedola scritta di Settemb. l'anno mille cinquecento venti promelle al Pontefice Leone di riconfermare, e di nuovo concedere a' Fiorentini i privileggi dello stato, dell'autorità, e çlelle terre possedevano, tra sei mesi dopo la prima Dieta fatta dopo la incoronatione, che si celebrava in Aquisgrana, perchè prima gli aveva promelli tra quattro meli dalla sua elettione, e dicendo non potere (pedirgli

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allora per giuste .cagioni: le quali cose narrate, Don Giovanni proinesle in nome di Cesare: la qual cedola Cesare ratificò il Marzo l'anno mille cinquecento ven. titre, e ne fece la espeditione per bolla in forma am plisfiina. Paso Cesare come è detto di sopra questo anno in Ispagna: dove arrivato procedè leveramente contra molti, che erano stati autori della seditione: gli altri tutti assolvè, e libero da tutti le pene: e per con: giugnere colla giustitia, e colla clemenza gli esempi della rimuneratione, considerato che Ferdinando Duca di Calavria, ricusando d'esler Capitano della moltitu. dine concitata, non s'era voluto partire della Rocca di Sciativa; lo chiamò con grande onore alla Corte, dandogli non molto poi per moglie Germana stata moglie del Re Catolico, ricca, ma sterile, acciochè in lui ultima progenie de discendenti di Alfonso Vecchio Re d'Aragona, fi estinguelle quella famiglia, perchè due suoi fratelli d'età minore erano prima morti, l'uno in Francia, l'altro in Italia. Ma quello che fece infelice questo inedesimo anno con infamia grandissima de Principi Cristiani, fu che nella fine di ello, Solimano Ottomanno prese X Isola di Rodi custodita da' Cavalieri di Rodi, prima chiamati Cavalieri Gierosolimitani: i quali risedendo in quel luogo, poich' erano stati cac; ciati di Gierusalem, benche in mezo tra 'l Turco, e '! Soldano Principi di tanta potenza, l'avevano con gran. diffima gloria del suo ordine lunghislimo tempo conser vata, e stati come un propugnacolo in quei mari della Cristiana Religione, benche avessero qualche nota, che trascorrendo tutto il giorno à predare i legni degl infideli, fossero qualche volta licentiosi, eziandio contra i legni de' Cristiani. Stette intorno a quell'Isola molti iesi grandissimo essercito, e 'l Turco in persona, non perdendo mai un minimo punto di tempo di tormentargli, ora col dar battaglie atrociffime, ora col far

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mine, e trincee, ora, col far cavalieri grandilimi di terra, e di legname, che sopra facessero le mura della terra: per le quali opere'tirate innanzi con grandissima uccisione de' suoi, era anco diminuito notabilmente il numero di quei di dentro tanto che stracchi dalle continue fatiche, e mancando loro la polvere per artiglierie, non potendo più resistere à tante molestie, gittato in terra dall' artiglieria gran parte delle mura, e le 'mine passate in molti luoghi della terra, nella quale loro per essere espugnati i primi luoghi, s' andavano continuamente ristringendo, finalmente ridotti all' ultima necelfità; capitolarono col Turco, che il Gran Maestro gli lasciasse la Terra: ch' egli con tutti i Cavalieri, e Rodiani potessero ufcire falvi con faculta di portar seco, quanto più robba potevano e per avere qualche ficurtà, che 'l Turco facesse partire l'armata di quei mari, e discostasse da' Rodi cinque milia l'esercito di Terra: per virtù della qual capitulatione restò Rodi à Turchi, e i Cristiani, ellendo osservata loro la fede, pallarono in Sicilia, e poi in Italia, avendo trovato in Sicilia un' armata di certe navi, che s' ordinavá, ma tardi per colpa del Pontefice, per mettere in Rodi come avessero il vento profpero, rinfrescamento di vettovaglie, t

'. di monitioni: e partiti che furono di Rodi, Solimano in maggior dispregio della Gristiana religione, fece l'entrata fua in quella città il giorno della Natività del Figliuol d'Iddio nel qual di celebrato con infiniti canti e musiche nelle chiese de Cristiani, egli fece convertiré tutte le chiese di Rodi, dedicate al culto di Cristo in Moschee, che secondo l'uso loro, esterminati tutti i riti de Cristiani, furono dedicate al culto di Maometto. Questo fine ignominioso al nome Cristiano, questo frutto delle discordie de' nostri Principi ebbe l'Anno mille cinquecento ventidue, tollerabile se almeno l'esempio del danno pallato avesse dato docu.

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lo tempo futuro: mà continuandofi le discordie tra i Principi non furono minori i travagli dell' mille cinquecento ventitre. Nel principio del quale i Malatesti conoscendofi impotenti à resistere alle forze del Papa, per interpofitione del Duca d'Urbino, fu, rono contenti lasciar Rimini, e la fortezza, avuta in, tentione benche incerta, d'avere qualche fostentamento per la vita di Pandolfo: il che non ebbe effetto alcuno. Andò di poi il Duca d'Urbino al Pontefice, appreso alquale, e nella maggior parte della Corte, fa. cendogli favore la meinoria gloriosa di Giulio Pontefice, ottenne l'assolutione dalle censure e d'essere rinvestito del Ducato 'd'Urbino, ma colla clausula senza pregių. dicio delle ragioni, per non pregiudicare all applica. tione ch’ era stata fatta a' Fiorentini del Montefeltro; i quali dicevano avere questo da Lione per difesa di quel Ducato, ducati trecento' cinquanta mila, e d'avervi fpefi dopo la morte fua in diverfi luoghi per la conservatione dello stato della Chiesa più di settanta mila. Ricevè ancora in gratia il Pontefice il Duca di Ferrara, rinveitendolo non solamente di Ferrara e di tutto quello, chę innanzi alla guerra mossa da Lione contra i Francesi, posledeva appartente alla Chiesa, ma lasciandogli eziandio con grave nota fua, ò de' ministri che usavano male la sua imperitia, le castella di S, Felice, e del Finale, quali acquistate da lui quando roppe la guerra à Lione, e di poi perduta innanzi alla sua morte, aveva di nuovo riprese per l'occasione della vacatione della Sedia. Obligolli il Duca di Ferrara ad ajutare con certo numero di genti la Chiesa, quando Occorresle

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la difesa del suo stato, e fi astrinse con graviffime pene, sottomettendosi ancora al ricadere della investitura, et alla privatione di tutte le sue ragioni, in cosa che in futuro offendelle più la Sedia Apoftolica. Dettegli ancora il Pontefice non piccola intentione di Beisp. Samml, 8. 3. 2, Abth.

resti,

restituirgli Modona, e Reggio, benche da questo, essene dogli dipoi dimostrata la importanza della cosa, e per lo ellempio degli antecellori suoi la infamia, che ne rerverrebbe al suo nome, fi alieno coll' animo ogni giorno più. Nel qual tempo il Castello di Milano stretto da carestia d'ogni cosa eccetto che di pane, e pieno d'infermità, converme d'arendersi, salve le robbe, e le persone, se per tutto il giorno quartodecimo d'Aprile non era soccorso; alqual tempo osservata la conventione appari essere morta la più parte degli uomini, che vi erano dentro. Consenti Cesare con laude non piccola appresso agli Italiani, che fosse consegnato in potestà del Duca Francesco Sforza: nè li teneva più altro per i Francesi in Italia che 'l Castello di Cremona, provisto ancora delle cose neceflarie abbondantemente: e nondimeno questi successi non sollevano la infelicità de' popoli di quel Ducato, aggravato eccellivamente dall' essercito Cesareo, per non ricevere i pagamenti: il quale essendo andato ad alloggiare in Asti, e nell’Astigiano, avendo tumultuato per la medesima cagione; predo tutto il paese insino à Vigevene: in modo che i Milaneli per fuggire il danno e 'l pericolo del paese furono costretti promettere loro le paghe di certi tempi, che importavano circa ducati cento mila: e nondimeno non li mitigava per questa acerbità in parte alcuna l'odio di quel popolo contra i Francesi, tenendogli fermi parte il timore per la memoria dell'offese fatte loro, parte la fperanza, che se mai cessasse il pericolo, che il Re di Francia nuovo non assaltale quello stato, cesserebbono tanti pesi, perche non sarebbe necessario che Cesare tenelle più soldati in quel Ducato. Trattavali in questo tempo medesimo continuamente la concordia tra Cefare, e i Vinitiani, laquale per molte difficultà che nascevano, e per varie dilationi interposte da loro teneva sospeli di quello che avelle à seguirne, gli animi

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